
DI
ANTONIO D'ORRICO
La Garbatella la rovinò
Pasolini. In Una vita violenta ci ambientò un delitto tra borgati e le
procurò la nomea di quartiere burinissimo e cattivo.
La Garbatella la riscattò nel 1993, quarant'anni dopo Pasolini, Nanni
Moretti che, nel film Caro diario, dopo averla girata in lungo e in largo
col suo scooter pronuncia la battuta:"La Garbatella, il quartiere che mi
piace più di tutti!".
La Garbatella ha ricevuto la consacrazione finale dalla tv come location
di una serie amatissima dagli italiani, I Cesaroni, dove è diventata
l'ultima spiaggia della romanità (o romaneschità?) verace, meta
addirittura di gite (anche scolastiche, i liceali sono tra i fan
cesaroniani più ferventi) con pullman che vi approdano da tutt'Italia.
Ed eccomi qui, assieme al fotografo Gianni Giansanti (trasteverino e
quindi un pò perplesso), a verificare sul posto se davvero la Garbatella è
la piccola patria dell'ultima romaneschità (o romanitudine?). Dico subito
che aveva ragione Nanni Moretti e torto marcio Pasolini. Queste viuzze che
corrono per la collina, queste villette con giardino e cortile (i
cosiddetti lotti) e tutti questi alberi sono incantevoli.
Il primo appuntamento è con Elda Alvigini, l'attrice che nella fiction di
Canale 5 interpreta Stefania Masetti, l'irritabile moglie del meccanico
interpretato da Max Tortora, l'amico del cuore dei fratelli Cesaroni,
Giulio (Claudio Amendola) e Cesare (Antonello Fassari). Elda Alvigini
abita alla Garbatella non solo nella fiction ma anche nella vita:"Ho
sempre amato questo quartiere e qualche anno fa ho comprato questa casetta
che ora chiamano la casa della Cesarona. Le racconto una cosa divertente.
Tempo fa venne a trovarmi mio cognato, che è americano. Quando ha visto le
palme del condominio, ha esclamato:"Gorgeous, it's like Miami!". E non
esagerava, dal punto di vista edilizio la Garbatella e Miami hanno
qualcosa in comune. Ma lo sa che molti romani, specialmente gli snobboni
di Roma Nord, non hanno mai messo piede alla Garbatella e pensano che sia
un postaccio?".
Elda mi racconta la sua vita (figlia di un pilota Alitalia, campionessa
laziale di lancio del disco da ragazzina, studi di medicina abbandonati,
laurea in storia del cinema al Centro Sperimentale con tesi su
Michelangelo Antonioni e cioè il passaggio dal cinema dei bisogni, il
neorealismo, a quello delle esigenze, la famigerata stagione
dell'incomunicabilità...) e mentre la ascolto mi viene in mente un dilemma
pirandelliano: ma essere una Cesarona e vivere alla Garbatella non finisce
per creare una confusione tra finzione e realtà, non è che diventa come
vivere in un reality? "Ma no!", risponde Elda. "Tutt'al più ogni tanto per
strada mi chiedono:"Aho, ce lo porti Amendola?".
MA CHE BELLA LOTTIZZAZIONE
Facciamo una passeggiata nei lotti per scattare una foto a Elda. Tra
l'altro si è scoperto che lei, da ragazzina, faceva la babysitter alla
figliad di Giansanti e quindi, come in ogni agnizione che si rispetti, ci
sono stati abbracci e quasi lacrime (siamo sempre in pieno dilemma
pirandelliano: la vita è fiction o la fiction è vita?). Elda ci dimostra
il murale dedicato ad Alberto Sordi (che riporta anno per anno la sua
filmografia, l'attore visse qui per un periodo) e mi spiega che I Cesaroni
discendono dalla commedia all'italiana (alla romana?) di Sordi, Fabrizi,
Manfredi. E a me, che sono fresco di lettura di La filosofia dei Cesaroni
di Roberto Guglielmi (Zelig editore), viene in mente il brano in cui si
dice: "Gli sceneggiatori della serie sono riusciti ad affrontare tutti i
grandi temi della contemporaneità e a farlo con la levità che sono la
prima commedia all'italiana (o addirittura la sua versione primitiva,
quella del Fabrizi di Guardie e ladri), aveva saputo usare".
Nel corso della passeggiata, preso da entusiasmo revisionista, esclamo:
però questo Mussolini fu un genio a inventare un posto del
genere!E'perfetto, ci sono perfino gli stenditoi all'aperto per asciugare
il bucato. Ma Elda mi corregge, l'idea non fu di Mussolini ma di Re
Vittorio Emanuele III nel 1920.
Salutata caramente la preziosa Elda, ci avviamo verso il luogo più
simbolico della fiction: la bottiglieria dei Cesaroni. Esiste veramente e
ha davvero quella facciata scenografica con la scritta "Garbatella" che
sembra la scritta "Hollywood". Sul tendone hanno appiccicato
l'insegna:"Bar dei Cesaroni". E'uno storico club giallorosso, un pantheon
con gigantografie del Pupone e anche di Agostino Di Bartolomei,il campione
che si uccise e Brunello Conti, altro campione di quella magica Roma,
intervistato al tg la sera della tragedia alla domanda:"Chi era Di
Bartolomei?" rispose:"Era il capitano", e lo disse come se stesse
recitando un verso di Whitman.
Bando alle malinconie, il bar dei Cesaroni è posto di tutt'altro genere.
All'ingresso vi accoglie il pappagallo Nerone, poi una scaletta che porta
al sotterraneo: tavoli verdi da biliardo o da partite a carte. Eccoli i
veri Cesaroni della Garbatella. Il personaggio più personaggio è
Straccetto, di professione madonnaro,cioè pittore di madonne da strada,
capelli, barba e baffi alla Leonardo da Vinci, il quale mi stringe la mano
e dice di non formalizzarmi perchè:"Io do del tiè a tutti". Straccetto
vive in un furgoncino assieme a due simpaticissimi cagnolini. Mi chiedo
sempre più pirandellianamente: è vita o è fiction? Mi raccontano del
pullman di turisti da Verona, Brescia, Modena, Catania, Massa Carrara...
"Qui c'è la processione da anni. Le prime volte la gente chiedeva:"Che c'è
la statua di Padre Pio?". No, il bar dei Cesaroni".
QUANDO C'ERA LA PIPINARA
Si è fatta sera e dalla Roma dei Cesaroni mi sposto nella Roma dei Cesari
e dei Papi per andare a trovare un Cesare (o un Papa, come preferite) del
giornalismo, Giuliano Zincone. Quando gli dico che sono a Roma per un
reportage sulla location cesaroniana, Zincone si alza dalla poltrona, e
prende due libri dalla copertina rossa da un tavolino: "Forse possono
servirti". Sono due thriller di Massimo Mongai, La memoria di Ras Tafari
Diredawa e Ras Tafari Diredawa e il fiore reciso (edizioni Robin) e fanno
parte della serie "I gialli di Garbatella". Ma allora è una mania! Tornato
in albergo, divoro i gialli di Tafari, un barbone etiope alcolizzato che
diventa investigatore. I gialli di Mongai, tra l'altro vincitore di un
premio Urania per la faantascienza, sono una guida fantastica della
Garbatella (dove lo scrittore è nato e vive). La mattina dopo ci
incontriamo davanti alla Chiesa di Sant'Eurosia. Mongai è un fiume in
piena. "Sia chiaro, io non ho il misticismo della Garbatella però è
proprio un bel posto. Lo sai che qui d'agosto non si dorme per le cicale e
d'inverno gli alberi sono carichi di limoni e mandarini? Come ha fatto
Pasolini a scambiarla per una specie di Bronx? L'unico difetto è che sta
diventando, anche a causa dei Cesaroni, troppo popolare e rischia di
finire com Trastevere, che era il quartiere popolare e romanesco del mito,
ma che oggi è abitato da stranieri, non romani con i soldi, snob, con
prezzi alle stelle e coatti orribili di mezzo mondo in giro di notte.
Altro difetto, non c'è più la pipinara de rigazzini che c'era un tempo,
quelle bande di ragazzini in giro che sembravano i ragazzi della via Pàl.
Siamo a crescita zero e i lotti sono proprio sprecati, fatti apposta come
sono, senza macchine e con solo cespugli e gatti, per farci giocare i
bambini".
A LEZIONE DI ARCHITETTURA
Più che una visita guidata alla Garbatella, quella di Mongai è una lectio
magistralis. Di che cosa? Di architettura applicata alla Garbatella
("guarda che delizioso esempio di barocchetto romano, quello, invece, è
pure razionalismo anni 30, architettonicamente la Garbatella è un vestito
d'Arlecchino"), di storia del cinema ("qui nacque Maurizio Arena", "questa
era la casa di Lucia Bosè nelle Ragazze di Piazza di Spagna"), di
antropologia ("all'inizio qui abitavano impiegati e artigiani, in questo
senso i Cesaroni sono fedeli", "i garbatellesi si dividono in quelli che
si vergognavano di viverci, e quelli che non gli pareva vero di essere in
un simile piccolo paradiso"), di letteratura ("Pennac ama la Garbatella,
quando è a Roma si fa intervistare in una trattoria di qui e dice che la
Garbatella somiglia alla sua Belleville"), di storia ("nel sottotetto
della chiesa di Sant'Eurosia, padre Melani nascose molti garbatellesi
ebrei tanto che lo Stato d'Israele gli offrì la Medaglia del Giusto"), di
gastronomia ("la gricia, pronuncia griscia, migliore di Roma secondo me la
fa il Moschino in piazza Pantero Pantera, ricetta: per 4 etti di bucatini
soffriggete 100 grammi di guanciale a dadini in poco olio d'oliva, insieme
a mezza cipolla, aggiungete abbondante pecorino e pepe", "i felafel più
buoni di Roma invece li fa il mio amico egiziano Giorgio del Pout-pourri,
vicino al bar dei Cesaroni", "non ci avevo mai pensato, ma le puntarelle,
piatto tipicissimo di qui - ricetta: condire con un spicchio d'aglio e
un'acciuga salata, a persona, pestate nel mortaio, olio, sale e pepe -
rappresentano perfettamente la Garbatella che è molto verde, saporita e
romana").
MAI DIRE GARBANTE
L'ultimissima cosa che mi dice Mongai è una specie di preghiera:"Per
carità, quando scriverai l'articolo non chiamare mai la Garbatella la
Garbante, come è di moda, è una maniera fighettona da post-proletario che
miracolosamente ha smesso di vergognarsi di viverci". Scampata al
pasolinismo, la Garbatella sarà portata alla rovina dal fighettismo?
Non mi resta che telefonare a Fabrizio Cestaro, lo sceneggiatore
all'origine di tutto. Perchè decise di ambientare i Cesaroni proprio alla
Garbatella? "Per rendere più italiano il format originale, Los Serranos,
ambientato in una Madrid immaginaria. Mi ricordai che appena arrivato a
Roma da Napoli avevo scoperto per caso questo bellissimo quartiere dalle
radici popolari molto forti". Ma ora che la Garbatella rischia di
diventare turistica (o fighettistica), non si sente in colpa? "Vorrei
rassicurare i garbatellesi. Il turismo da fiction dura poco tempo, lo dico
perchè successe lo stesso ai tempi in feci Elisa di Rivombrosa. Portino un
pò di pazienza. Passerà".
Trascrizione a cura di
Sabrina Panfili